Biografia di Eusebio Francisco Kino

Eusebio Kino

Padre Dell'Alta Pimería

Biografia di Eusebio Francisco Kino

di Charles W. Polzer, S.J.

 

Il deserto sembra morto, desolato e le sue montagne aride come scolpite nel vuoto, illuminate da ombre di un sole rovente. Altipiani di mezquite <1> e cactus sono stati lacerati da ruscelli sassosi. La quiete e la solitudine coprono tutto, fino agli orizzonti calcinati dal sole. Il deserto si presenta ad ogni generazione ostile e senza storia. In lui non c'é posta per l'uomo e meno ancora per i suoi sogni.

Così si presenta il deserto agli occhi di quelli che non hanno mai vissuto a fondo le sue realtà. Ma di fatto il deserto é vivo; pieno di sogni di quegli uomini che in lui hanno fatto storia. Il deserto é un paradosso. Per secoli é stato dimora di uomini forti, di uomini di fede e con visione del futuro. Il deserto é un luogo dove la vita acquista un valore maggiore, trovandosi esso in forte svantaggio di fronte alla natura.

Questa é la storia di un uomo che conosceva il paradosso del deserto: Eusebio Francesco Kino, sacerdote e missionario dell'Alta Pimería. Ha trascorso la sua vita fra i modesti popoli del deserto; trasformando i banchi fluviali in fattorie, la terra in edifici e chiese ed i sogni degli uomini in vive realtà. Rispettava questa terra e lottava insieme ed essa. Padre Kino ha scritto sulla sabbia dei deserti del nord-ovest una storia tanto fortemente incisa nel tempo come le montagne che hanno presenziato la sua opera.

Molti uomini sono venuti nel deserto e hanno fatto storia: Cabeza de Vaca, Coronado, Oñate, De Anza e Garcés, ma nessuno di loro é riuscito ed eguagliare le gesta di questo devoto gesuita. La sua visione ha superato gli aridi orizzonti e la sua influenza ha oltrepassato i secoli. La sua conoscenza delle terre del deserto e del suo popolo, lo ha reso possibile.


Quando Padre Kino arrivò nel 1687 alle "Frontiere del Cristianesimo" era gìa un missionario esperto, anche se appena arrivato al nord. Il destino alla frontiera dell'Alta Pimería era stato un imprevisto all'interno di una serie di circostanze che si erano presentate come continui contrattempi. Ma niente riduceva il suo entusiasmo od offuscava i suoi sogni.

L'epopea di Padre Kino comincia a Segno, un piccolo abitato delle montagne del Tirolo italiano, non lontano dalla storica Trento. Lì nacque il 10 agosto 1645 in una tipica abitazione fatta in legno e pietra, somigliante a quelle che si inerpicano sui pendii scoscesi delle alpi dolomitiche lungo la Valle di Non. E Lì, durante la sua adolescenza, che cominciò a formarsi quel temperamento vigoroso che un giorno avrebbe esplorato le montagne ed i deserti di un paese sito in un altro continente. Il giovane Eusebio deve aver mostrato doti di intelligenza eccezionali, poiché i suoi genitori lo mandarono al collegio dei gesuiti a Trento, nel quale venne iniziato alla conoscenza delle lettere e delle scienze. Si recò molto presto al collegio gesuita di Hall, Austria, per seguitare a coltivare il suo interesse recentemente acquisito perle scienze e la matematica. Durante i suoi studi contrasse una grave malattia che lo ridusse in fin di vita. La malattia rivelò uno dei sogni occulti di Kino, poiché promise che se il suo patrone San Francesco Xavier avesse interceduto per la sua guarigione, egli sarebbe entrato nella Compagnia di Gesù. In effetti si rimise in salute e per il resto della sua vita, Eusebio Kino considerò la sua guarigione come un dona di Dio ottenuto attraverso l'intervento di Xavier. Sia come si voglia sulla guarigione di Kino, la sua vita sarebbe stata certamente un regalo prezioso per le "anime abbandonate" della Bassa California e dell'Alta Pimería.

Ai vent'anni di età Kino cominciò il lungo percorso della tipica formazione dei membri della Compagnia di Gesù. Entrato a Landsberg, seguì studi della sua ardua carriera ad Ingolstadt, Innsbruck, Muenchen ed Oettingen -tutte queste, a suo tempo, delle eccellenti università. Verso la fine dei suoi studi teologici, il Duca di Baviera invitò il giovane sacerdote a prendere la cattedra di scienze e matematica nell'Università di Ingolstadt. Ma Kino alcuni anni prima aveva sollecitato di essere inviato in missione in Cina e proprio quando finì la sua formazione ed Oettingen, ebbe la notizia che lui ed un suo compagno austriaco vi erano stati destinati. Sembrava come se i suoi sogni sulla Cina si fossero tramutati in realtà. Ma uno dei due era stato destinato alle Filippine e l'altro in Messico. Per decidere chi sarebbe andato in Oriente tirarono a sorte: e a Padre Kino toccò il Messico. Fu nel 1678 quando Kino marciò in direzione dei versanti di Segno per accomiatarsi dai ricordi infantili, dagli amici e dai familiari.

Verso la metà di giugno si imbarcò nel porto di Genova insieme a 18 compagni suoi, per Cadice, con grande speranza di raggiungere la flotta estiva che partiva per il Nuovo Mondo. Una navigazione sbagliata attraverso la nebbia e le rapide correnti della stretto di Gibilterra condussero l'imbarcazione vicino a Ceuta, L'errore fece perdere loro del tempo prezioso. Infatti, il 13 Luglio, all'avvicinarsi alla baia di Cadice, la flotta imperiale spagnola salpava già verso la Nuova Spagna.

A quei tempi perdere la flotta non era certamente come perdere oggi un transatlantico. Padre Kino ed i suoi compagni devettero aspettare due anni per ottenere un nuovo passaggio. Ciò nonostante sfruttarono il periodo di permanenza in Siviglia nello studio dello spagnolo e nel fare altri preparativi utili, anche se remoti. Finalmente i missionari gesuiti poterono ottenere posto nel "Nazareno", sui quale si imbarcarono nel luglio del 1680. La flotta alzò le vele verso il Messico, però questa volta il "Nazareno" si arenò nel banco di sabbia del "diamante grande", all'entrata della baia di Cadice. L'imbarcazione venne presto abbattuta e distrutta dalla furia del vento e delle onde. Completamente scoraggiato e senza bagaglio, Kino aspettò altri sei mesi a Cadice fino a quando, in gennaio, ebbe finalmente l'occasione di attraversare la barriera dell'Atlantico, in rotta verso il suo destino.

Kino indubbiamente si sentì a proprio agio e come a casa sua nello scalare i sentieri montagnosi siti fra Veracruz e Città de Messico. La traversata dell'Atlantico era terminata senza ulteriori novità ed il suo arrivo alla capitale messicana era stato una pura routine.

Correva voce che egli potesse essere mandata in Oriente, a quanto meno alle Filippine. Ma una nuova spedizione alla Bassa California richiedeva le conoscenze del nuovo missionario. L'ammiraglio don Isidro Atondo y Antillòn iscrisse Padre Kino in quel viaggio come missionario e Cartografo Reale. Mentre si facevano i preparativi necessari per la spedizione, Kino dovette nuovamente trattenersi a Città del Messico. Ma Kino ora aveva imparato ad utilizzare il tempo: questa volta scrisse un opuscolo su una nuova cometa. Questo breve trattato di astronomia medioevale gli costò una violenta confutazione da parte del saggio messicano don Carlos de Sigüenza y Góngora. Conoscitore della natura umana e del mondo ed i suoi capricci, Padre Kino presentò l'opera a Don Carlos un giorno prima di partire a ponente. Sigüenza era furioso, ma Kino era già partito.

La Bassa California costituì il primo territorio di missione di Kino. Fino a quel momento nessuna spedizione spagnola aveva avuto esito in quella penisola inottenibile; nonostante la sua colonizzazione fosse stata intentata parecchie volte dai giorni memorabili di Cortés. Per Kino, la California era una gigantesca isola sconosciuta, un asilo possibile per l'esausta marinaresca dei galeoni di Manila.

Per fare la traversata e mantenere una linea di approvvigionamento con la terraferma, la spedizione costruì nel fiume Sinaloa tre navi. Al primo tentativo, gli impetuosi venti di marzo scagliarono le navi contro il litorale di sopravvento del Golfo, ma l'ammiraglio Atondo riuscì finalmente a virare ed a condurre la piccola flotta attraverso le turbolente acque del Golfo, ed ancorò nella tranquillità della placida Baia della Pace.

Mentre al rullo dei tamburi si leggevano i proclami reali, i curiosi appena arrivati si fermarono durante due giorni. Dopo quattro giorni di esplorazione degli estuari della baia, gli spedizionari, usando delle chiatte, poterono finalmente sbarcare. Gli spagnoli alzarono un rozzo accampamento fra il mare e la selva aggrovigliata che si trovava alle spalle delle spiaggia. La civiltà cristiana si era stabilita in quella frontiera e le sue speranze dipendevano precariamente dal sana giudizio dei colonizzatori. Trascorsero alcuni giorni prima che gli indios osassero avvicinarsi timidamente all'accampamento degli spagnoli, avendo ricevuto in altre occasioni il tratto brutale dei pescatori di perle che erano preceduti a queste pacifiche imbarcazioni. Male palline di cristallo, il "pozole" <2> ed il mais riuscirono a calmare i foro timori iniziali.

La bontà di Padre Kino si rovesciò quella bisognosa gente che quasi ignorava l'uso del vestito e meno ancora dell'abitazione. Dopo qualche settimana risucì ad aprire una breccia attraverso la barriera rocciosa che si innalzava fra la piccola punta di spiaggia ed i nuclei indigeni localizzati nell'altipiano. Occupava le sue giornate imparando la lingua pellegrina con la quale gli indios guaicuros spiegavano il loro senso della vita. Padre Kino non si limitava a soccorrere gli indios nei loro bisogni vitali, ma cercava anche di insegnar loro il cammino alla civilizzazione ed alla dottrina cristiana. Non sapendo come spiegare agli indios il concetto di "Resurrezione", l'ingegnoso Padre Kino fece perdere i sensi ed alcune mosche e quando gli indios le videro "tornare in vita", dissero alcune parole che da quel momento si convertirono, nel loro idioma nativo, in parte del loro Credo.

Disgraziatamente Kino non aveva considerato che gli indios avevano usatole parole solamente per dire "sono morte". Il metodo usato per toglierle i sensi esercitava sugli indios un fascino maggiore, che la difficile dottrina che egli trattava di insegnargli!

Come era da, supporre la Bassa California risultò ostile ai colonizzatori. Le violente tormente impedivano ai bastimenti di soccorso di scaricare le provvigioni. A misura che queste diminuivano, il timore di morire per inanizione si diffondeva nell'accampamento spagnolo. Quando la temperatura estiva aumentò le provviste d'acqua si ridussero fino ed esaurirsì e la provvigione di viveri decrebbe insieme alla capacità di sopportazione. Il temuto scioglimento della spedizione arrivò quando i soldati spagnoli invitarono ad alcuni indios sospettati di furto ed un pranzo di pace. Improvvisamente gli spagnoli aprirono il fuoco del cannone sull'allegro ed indifeso gruppo.

Questo ignobile atto di codardia portò ad una terribile minaccia di vendetta. Quello che era stato unicamente un semplice timore spagnolo, si convertì in panico umano. I coloni aspettavano di venir annichiliti alle spalle, dal mare, dalle frecce scagliate con giusta ira dagli indios. L'arrivo opportuno del bastimento di soccorso li salvò da una morte per inanizione e li liberò da un sicuro macello.

Padre Kino era profondamente disgustato dalla condotta deludente dei soldati e dalla decisione dei coloni -motivata dal terrore- di abbandonare La Paz. Solo per necessità ritorno con quelli che si ritiravano dalla penisola. La spedizione si riorganizzò in terraferma ed in autunno si pianificò un nuovo tentativo. Kino fece capire molto chiaramente all'ammiraglio Atondo che dipendeva da lui che questa volta non ci fossero ulteriori fallimenti provocati delle azioni vigliacche dei soldati o dei coloni. In questa occasione, si iniziò una nuova marcia verso San Bruno, nella costa dell'attuale Loreto.

Partendo da questa nuova stazione missionaria, le prime spedizioni si fecero strada poco a poco attraverso la imponente e rocciosa Sierra della Giganta. Quattro mesi dopo, Padre Kino raggiunse finalmente le coste del mare del sud, ossia il Pacifico. Questa volta riuscì ad ottenersì l'amicizia degli indios ed i loro idiomi furono oggetto di studio ed apprendimento. Si amministrò il battesimo ai bambini piccoli ed ai moribondi. Dopo un anno di sforzi la istituzione di una missione permanente nella Bassa California sembrava essere riuscita.

Ma a San Bruno il sole fece evaporare l'acqua a seccare i raccolti. La malattia si diffuse nell'incipiente istituzione. Anche i grandi sogni del governatore Atondo si inaridivano e andavano in fumo. Atondo sottopose a votazione l'abbandono di quella impresa californiana, finanziata dalla Corona. Padre Kino si oppose, ma invano. Si diede l'ordine di salvare quanto poteva tornare sulle navi. I venti caldi allontanarono le imbarcazioni dalla costa e le speranze di Padre Kino svanirono quando le montagne si immersero all' orizzonte. La Bassa California non avrebbe mai più sentito i suoi passi sui sentieri agresti, nè presenziato il fulgore del sole sul suo astrolabio quando cartografava i segreti di quella terra austera ed inospitale.

Padre Kino pensò per un attimo che sarebbe tornato in Bassa California, quando il viceré, Conte de Paredes, ordinò all'ammiraglio Atondo di mantenere le nuove conversioni. Le piccole imbarcazioni furono nuovamente attrezzate nel porto di Matanchel, ma dal Messico arrivò una comunicazione urgente, dicendo che cinque navi pirata olandesi erano in agguato del galeone di Manila. L'ammiraglio Atondo, compiendo il suo dovere, uscì per andare incontro al galeone carico di ricchezze e lo scortò in un porto sicuro ad Acapulco. Padre Kino si rallegrò di aver evitato con buon esito la minaccia olandese.

Nuovamente sulla terraferma, Kino viaggiò per discutere e sollecitare un nuovo appoggio alla California, ma l'Udienza di Guadalajara disse che la Corona spagnola non ambiva alla parte che va da Cabo San Lucas in direzione al lontana nord, fino a Monterrey. Padre Kino cavalcò fino a Città del Messico, e una volta arrivato lì, lottò per la sua causa per alcune settimane. Finalmente il viceré gli concesse l'autorizzazione di ritornare e ristabilire le missioni che lui sapeva avrebbero avuto esito. La fortuna sembrava sorridergli: una condotta carica di argento, con la quale si sarebbe potuto comprare il futuro dell'isola, arrivò a Città del Messico, ma prima che venisse scaricata, la Finanza Reale si appropriò degli $80.000 per pagare alla Francia un debito a titolo di indennizzo marittimo. La Bassa California era liquidata. E tutto perché qualche spagnolo impetuoso aveva affondato una nave in qualche lontana baia!

Adesso l'Oriente era scartato. E la California chiusa. Kino in queste circostanze era un missionario senza missione. Egli suggerì allora al suo Provinciale di venir inviato a lavorare fra le tribù seris e guaymas, che perlomeno si trovavano vicino alla California. Nutriva ancora una piccola speranza sulla Bassa California. Il viceré acconsentì alla proposta del Provinciale di Città del Messico ed il "Padre a cavallo" uscì dalla capitale rinvigorito dall'esperienza. Conosceva gli indios e le foro abitudini; conosceva gli spagnoli; conosceva la Corona; conosceva la sua Chiesa ... ed aveva una missione.

Avvertito da altri missionari gesuiti che nelle miniere esisteva la schiavitu, Kino si fermò a Guadalajara per discutere la situazione con l'Udienza Reale. I coloni, attraverso la loro politica di lavori forzati, sotto il sistema di "dipartimento", impedivano la conversione degli indios. Padre Kino presentò la questione a Zeballos, il presidente dell'Udienza. L'udienza gli concesse in poco tempo, un rescritto reale, emanato recentemente da Carlos II, che concedeva agli indios la immunità temporale da qualsiasi classe di sfruttamento. Così, Padre Kino giunse a cavallo al quartier generale delle missioni gesuite sulle montagne di Oposura (oggi Moctezuma), inalberando un decreto reale che veniva ad essere come un proclama di emancipazione per gli indios di tutta la Nuova Spagna. Il decreto ordinava che per vent'anni si dispensasse gli indios conversi dai lavori forzati nelle miniere. Era un mandato per la libertà ed una garanzia perché alcuni gruppi indigeni emarginati potessero eventualmente ricevere una educazione. Questo decreto diventava un segno di divisione nella battaglia per instaurare la civilizzazione cristiana nella frontiera.

Padre Kino riteneva, con ragione, che avrebbe ottenuto i'incarico di lavorare con le tribù seris e guaymas: infatti erano le tribù più vicine alla California. Avrebbe potuto essere pronto se si fosse presentata l' occasione. Ciò che Eusebio non sapeva era che la decisione era già stata presa nell' ottobre del 1686. Il primo missionario assegnato alle missioni del nord sarebbe stato inviato ai pimas altos. Il timore di ostilità pervadeva le missioni del nord, e la pace con i pimas era di cruciale importanza.

Di fatto, erano trascorsi solo quattro anni dall'arrivo di Padre Kino al Nuovo Mondo, ma la sua fama era cresciuta enormemente. Padre Manuel Gonzàlez, visitatore delle missioni del l'Ovest, aveva sentito parlare di questo gesuita italiano. Riconosceva in lui un talento privilegiato.

Forse la nuova missione fra i pimas altos poteva convenire allo spirito di Kino. I deserti inesplorati avrebbero presentato un sfida allo scienziato in lui, e i villaggi sperduti, una sfida all'organizzatore.

Quando Kino arrivò ad Oposura, il Padre Visitatore aveva discusso con Padre José Aguilar, il missionario in carica a Cucurpe, il progresso raggiunto nella regione di frontiera.

Nonostante Kino avesse sperato di essere destinato alla tribù dei seris della costa del Golfo, cominciava già ad imparare a mantenere il passo al ritmo degli imprevisti cammini della Provvidenza.

I tre si aprirono insieme il cammino nella Valle di Sonora, fuori dalla rocciosa cordigliera delle'oest, in direzione al peri metro della civilizzazione. Fu così che Padre Eusebio Francesco Kino, sotto il rosso tramonto del 13 marzo 1687, nel varcare Cucurpe a cavallo, entrò nella storia.

Cucurpe, il luogo "dove cantò la colomba", giace nella tranquilla Valle del fiume San Miguel. Allora era un avamposto dell'impero spagnolo, al margine della Cristianità. Per un secolo gli spagnoli stabilitisi nella costa avevano preferito il vicino Rio di Sonora come una via più conveniente per arrivare al Nuovo Messico, per cui furono pochi i tentativi di varcare la cordigliera ad ovest. Inoltre nelle valli si pensava solo in termini di nord e sud. Quando Kino la mattina dopo il suo arrivo uscì da Cucurpe, rompeva ed allargava letteralmente il limite della Cristianità, aprendo così la mentalità delle popolazioni allo sconosciuto Ovest, ai deserti e alle barriere montagnose del Colorado e della California. Penetrò queste frontiera come un Creatore di pace, salvaguardando così la provincia di Sonora. Non solo sarebbe uscito da queste come un pacificatore, ma anche come un pioniere.

Il primo giro attraverso il nuovo territorio di missione fu soddisfacente. Il terrene prometteva ricchi compensi agricoli e la tribù dei pimas era veramente un popolo pacifico, desideroso di avere un proprio Padre. Come molti dei problemi della Nuova Spagna, la recente cospirazione del Capo pima Canito, che sembrava minacciare la tranquillità delle leggi sonorensi, si esagerava e generalizzava. A Padre Kino le sollevazioni degli indios preoccupavano meno del problema di adeguarli ad una vita migliore.

Il sistema gesuitico riguardo l'espansione delle missioni era minuziosamente programmato. Le missioni nuove si fondavano solo fra le comunità indigene permanenti. Le nuove fondazioni missionarie preliminari erano situate vicino ad altre missioni già stabili, ottenendo così un appoggio morale e fisico. Padre Eusebio, seguendo il sistema, situò la sua base, Nuestra Señora de los Dolores, a Cosari, su un'elevazione che si levava dalla piatta valle vicino a Cucurpe. Cosari era un luogo ideale, perché la chiesa e l'accampamento dominavano le due valli separate da una stretta gola che andava a chiudersi giù nelle acque cristalline del Rio San Miguel. Dolores, la Nostra Signora Dolorosa, potrebbe sembrare improbabile come protettrice di un villaggio così prospero, ma Kino scelse il titolo perché si era portato un fine dipinto di lei, un regalo per la missione del famoso pittore messicano Juan Correa.

L'entusiasmo di Padre Kino si convertì in catalizzatore per un nuova economia del deserto. I pimas avevano coltivatole tribù loro terre per molte. generazioni, ma mai avevano ottenuto tanto quanta sotto il saggio indirizzo del nuovo missionario, I delta addormentati si convertirono in giardini produttivi. Si nettarono i terreni del fiume per la semina del mais, del grano e della zucca; i versanti venneno preparati per la semina di vigneti e frutteti importati dall'Europa. Ogni villaggio erigeva una cappella di mattone crudo ed iniziava l'opera a lunga scadenza delle chiese, che un giorno sarebbero state l'orgoglio dei villaggi. Ed i nomi che Kino divulgava fra le nuove popolazioni, sono diventati celebri nella storia dell'Alta Pimería: San Ignacio, Magdalena, San Xavier del Bac, Cocóspera, Caborca, Tumacácori e Tucson. Alcuni nomi sono cristiani, altri indigeni, ma tutti sono rimasti incisi nel tempo, grazie alla laboriosità di colui che li fondò e li fornì.

I primi anni furono i peggiori. La presenza di Kino non venne ben accettata dai colonizzatori minerari, siti lungo i fiumi Bacanuche e San Miguel, e non fu vista con piacere dagli stregoni, i quali percepivano l'opposizione del Padre centro il loro dominio tribale e le loro pratiche di superstizione. Ma un programma paziente sviluppato insieme ai nativi ed una attitudine di aperta franchezza con gli spagnoli, vinsero l' opposizione al cambiamento ed al Cristianesimo.

Le sue sollecitudini di aiuto vennero ascoltate dopo qualche tempo ed i rinforzi arrivarono a petizione di Padre Eusebio, ma l'incredibile durezza delle condizioni di vita ed il lento progresso che si otteneva fra alcuni degli indios, scoraggiarono gli ultimi arrivati. Kino, nostante il fallimento dei suoi nuovi compagni, mantenne il suo eterno ottimismo.

La piccola catena di missioni nel circuito di oltre 140 chilometri, stabilita da Kino, si estese con grande rapidità. Padre Gonzàlez fece notare che non aveva mai visto una simile crescita in così breve tempo. Ma allora le critiche amare ed inevitabili -causate dall'invidia- cominciarono a circolare; si parlava dell' "ambizioso Padre Kino" e degli indios "litigiosi che stavano a suo carico". Sia le autorità civili che quelle religiose si comportavano con molta cautela verso quest'uomo appena arrivato alle loro frontiere. Nonostante tali informazioni fossero endemiche nella vita coloniale, dovevano essere indagate. Così nella primavera del 1690, Padre Juan María Salvatierra, futuro gigante della Bassa California, partì dal suo luogo di missione di Chínipas fino a Sonora, investito della carica di Visitatore Generale. Il suo unico obiettivo era quello di verificare la situazione alla frontiera e di chiudere le missioni se le condizioni si fossero minimamente avvicinate alle voci che correvano nell'interno. Questa fu una circostanza provvidenziale, che fu quasi sul punto di portare Kino all' orlo della rovina.

Uomini meno duri avrebbero sicuramente ceduto di fronte alle vicissitudini ed alle critiche. Ma Kino, con grande lealtà, andò a ricevere il Padre Visitatore con vero entusiasmo ed affetto. Kino e Salvatierra percorsero insieme le centinaia di leghe che univano le "visitas" <3> delle missioni. La terra risorgeva con i raccolti e gli abitanti dei villaggi ricevevano quelli dalle "tonache nere" erigendo croci ed innalzando archi decorati con fiori. Gli indios si spostavano da villaggi distanti per chiedere il battesimo per loro ed i loro familiari. Ogni ora di tragitto mostrava un panorama di abbondanza, ed in ogni momento di riposo ricevevano innumerevoli suppliche per la diffusione della fede e richieste di missionari.

Miglia dopo miglia, il vi so adusto ed allungato di Salvatierra si andava allargando. La presunta durezza della sua missione si ammorbidiva attraverso quello che vedeva. Di fronte all'entusiasmo ed alla prospettiva di poter cristianizzare questa regione benedetta, si dipinse, infine, sui suoi duri lineamenti, un ampio sorriso. E Salvatierra poté ascoltare altrettante meraviglie su quello che aveva visto, giacché Kino gli parlò dell'isola della California e della imminente conversione di quei popoli. Arrivò addirittura a suggerire la costruzione de una imbarcazione per fare il tragitto di andata e ritorno attraverso il Golfo. Perché no? Le ricchezze di Sonora potevano aiutare la necessità della California.

Per allora Salvatierra decise di continuare verso il sud, attraverso le estese missioni gesuite, lungo i fiumi Yaqui e Mayo. Aveva imparato a condividere la visione penetrante di Padre Kino. La profonda convinzione che l'apostolo aveva trasmesso ai pimas, non solo riuscì a scongiurare il disastro della missione di Sonora, ma fece addirittura prendere la decisione a Salvatierra di buttarsi coraggiosamente alla riconquista della California. Padre Kino si sforzava quindi di rendere le sue missioni più produttive. L'esito di Sonora significava la vita della Chiesa della California. Nessuno sapeva meglio di Kino e Salvatierra che senza cooperazione e mutuo sacrificio, nessuna avventura missionaria sarebbe resistita senza vedersi alla fine condannata alla sterilità.

Il distretto delle missioni di Kino aveva appena qualche limite, eccetto a sud e ad ovest. Il suo sistema di "visitas" si estendeva a 300 chilometri al nord e quasi altrettanto all'ovest. Adesso il sistema dispersivo doveva venir consolidato, per formare un tutto attivo, per approvvigionare la frontiera e poter appoggiare la spinta verso la California. Si dovevano organizzare esplorazioni ad ovest con la finalità di scoprire un porto adeguato per lo sbarco di bestiame bovino nell'isola della California.

La espansione della Pimería non consisteva solamente nel fondare più missioni o nell'ingrandire villaggi già esistenti. Tutta la catena di missioni sotto la protezione di Kino costeggiava il paese degli apaches e dei suoi parenti, i fieri e nomadi jocomes. Un compito primordiale era quello di unire al gruppo dei bellicosi pimas, quello dei sobaípuris per formare una salda coalizione difensiva contro le incursioni degli apaches. Padre Kino cavalcò nuovamente da Dolores in direzione nord, per diffondere la parola di Dio ed unire pacificamente le tribù lungo il bacino del fiume San Pedro. Correva l'anno 1692; Kino aveva dato a questa terra devastata qualchecosa che essa aveva conosciuto a malapena: la pace e la sicurezza.

Dopo ogni giorno di cammino si constituivano nuovi appostamenti di indios che si andavano sommando al muro difensivo. Le comunità che erano state osteggiate per generazioni trovavano nello straniero dalla "tonaca nera" una nuova forza.

Sotto la guida di Padre Kino ed i capi delle tribù alleate tutta la frontiera del nord-ovest cominciò ad acquisire una sua conformazione caractteristica. Questo significava che Padre Kino poteva nuovamente volgere lo sguardo ad ovest per penetrate quelle terre misteriose che giacevano fra il luogo dove lui stava e la California.

Alla fine del 1693, Padre Kino organizzò una spedizione per esplorare la regione discendendo il fiume Altar. La marcia li condusse ad ovest fino al Nazareno, un picco elevato situato al limite delle sabbie del deserto. Fra la nebbia contemplarono le elevazioni della distante California e della sinuosa costa del Golfo. La California si trovava così vicina da poter essere raggiunta con una semplice barchetta!

Dove si sarebbe potuto ottenere una imbarcazione? Costruirne una. Nel deserto? Perché no? Ai suoi superiori questa idea di Kino sembrava una pazzia. Ma il buon Padre diede gli ordini chiedendo legno di pioppo, mezquite e pino. Le file di persone serpeggiavano attraverso le gole per andare a depositare il loro prezioso carico di legno a Caborca, 200 chilometri ad ovest nel deserto! Una vera pazzia per chiunque, ma non per il sicuro e fiducioso Padre Kino.

Fu durante queste prime incursioni ad ovest, che arrivò il tenente Juan Mateo Manje, l'infaticabile ed indimenticabile compagno di avventura di Padre Kino. Si era separato temporaneamente dalla Compagnia Volante di suo zio per accompagnare Kino nella sua avanzata attraverso il deserto. La sua presenza fu sempre gradita e divertente, come quando cadde da un pioppo che lui e gli indios stavano tagliando per costruire la chiglia dell'imbarcazione. Da quell momento Juan Mateo si mise ad esplorare il deserto in cerca di un cammino terrestre.

Nonostante Padre Kino avesse ricevuto l'approvazione per la costruzione della barca da parte del Provinciale, il più sedentario e vicino Padre visitador, Juan Muñoz de Burgos, ordinò che si sospendesse il progetto.

Questo fatto alla fine non risultò tanto negativo, giacché il legno aveva bisogno comunque di seccarsi. Di conseguenza, l'attenzione si diresse verso nord, dove correvano le voci dell'esistenza, ad ovest di un fiume e di una casa situata ai suoi margini. Era aià tempo di avvento quando nel 1694 Padre Eusebio visitò e descrisse per la prima volta Casa Grande, localizzata sulle rive del fiume Gila. Cominciava a rendersi conto della vastità della terra che si apriva al Cristianesimo.

Nel frattempo, in mezzo a tutto questa movimento, l'organizzazione si imponeva nella frontiera. Le missioni dell'Alta Pimería furono aggruppate per formare un rettorato, quello di Nuestra Señora de los Dolores, che ebbe come primo superiore a Padre Marcos Antonio Kappus. A Cucurpe, Padre Muñoz, ora investito dell'autorità, optò finalmente per reclutare nuovi missionari. Un uomo nuovo era appena arrivato, Padre Francesco Xavier Saeta, un fervido e giovane gesuita della Sicilia. Padre Muñoz lo destinò a Caborca, il porto di Kino circondato di terra, e lo stesso venne incaricato di approvvigionare la nuova missione di tutto il necessario. Niente poteva fare più piacere a Kino, anche se doveva sorridere di fronte agli arroganti ornamenti degli ordini ufficiali. Cento capi di bestiame bovino e centoquindici fra pecore e capre vennero sciolti lungo i bacini dei fiumi di Magdalena ed Altar in direzione di Caborca.

Arrivò allora, per disgrazia, un'ulteriore colpo di sfortuna della Provvidenza. Questa volta tinto di sangue e scosso dalla violenza. Quelli di Tubutama, eccitati dalle cattive interpretazioni superstiziose della politica del missionari, sollevarono una ribellione. Il battesimo dei bambini e degli anziani appariva agli occhi degli infedeli e risentiti stregoni come un presagio. Vedevano che il rituale e la rigida disciplina scalzavano il loro potere e sicuramente si fissava così un limite ai loro abituali eccessi. Gli indios scontenti incendiarono i campi che erano già pronti per il raccolto, demolirono le costruzioni e saccheggiarono i villaggi situati lungo il fiume Altar. E lì lontano, discendendo il fiume, assassinarono al prevenuto, ma indifeso Padre Saeta.

In un poscritto della sua ultima lettera, diretta a Padre Kino e scritta la notte anteriore al suo martirio, chiedeva a Kino di non "perderlo di vista". Per disgrazia l'attacco a Caborca fu così rapido, che non fu possibile avvisare nè andare in aiuto dei suoi abitanti. Il sangue di Saeta fu così il primo sangue di martire sparso nella Pimería.

Un vero terrore si impossessò del territorio. Correva la voce che ci sarebbero stati attacchi massivi nella regione del nord-ovest, a carico dei jocomes, Janos ed apaches. Tutta la Pimería era in uno stato di tensione di fronte alla prospettiva di un lotta mortale. I soldati della Compagnia Volante del generale Domingo Gironza, la rapida cavalleria spagnola a lunga distanza si presentarono alla Pimería provenienti da Fronteras e dal distretto di San Juan. La giustizia militate avrebbe trionfato.

Gli spagnoli si trovavano divisi rispetto al modo di raggiungere la pace. Gli uni chiedevano vendetta, gli altri suggerivano di avere pazienza e di aspettare un giudizio accurato ed una condanna degli istigatori della ribellione. Nel fresco mattino del 9 giugno 1695, su richiesta di Padre Kino, i capi pimas assistettero ad una imponente riunione delle truppe spagnole, vicino ad El Tupo. Si fece un accordo nel quale i colpevoli sarebbero stati consegnati per un giusto castigo. I capi della ribellione si collocarono sul suolo umido della palude, fra alcuni capi tribù ed amici indios. Circondati dalla cavalleria, gli indios confessarono il loro pentimento per la ribellione. Uno dei portavoci allora gettò uno dei ribelli colpevoli ai suoi piedi.

La spada del capitano Antonio Solís tuono sotto il sole di quella mattina. Una testa rotolò fra lo stupore degli indios.

Una "giustizia" tanto rapida e sgradevole, fece inorridire i nativi indifesi. Quello non era stato un giudizio, ma una trappola. Presi dal panico tentarono di scappare verso il deserto, unico accesso alla libertà. Ma l'aria del mattino si caricò con il fuoco dei moschetti. La giustizia parlava solamente a base di pallottole e tagliava l'aria con il sibilo delle spade. Innocenti e leali cadevano assassinati vicino ai colpevoli allo stesso modo. Il verdetto di quella mattina d'estate ancora pende su quei paraggi desolati, in un luogo denominato "La Matanza" <4>.

Padre Eusebio si sentiva completamente avvilito. La giustizia era risultata una burla: e la pace era già un sogno quasi impossibile. Allora la frontiera scoppiò in una guerra aperta di tre mesi pieni di terrore. La poderosa cavalleria spagnola seminò il panico fra gli indios, ma i guerrieri continuarono a scendere dalle loro fortezze situate nella montagna, per bruciare le missioni ed i campi riuscendo a scappare molto prima che gli spagnoli potessero reagire. I "falchi" che avevano posto la loro fiducia nella forza a nella violenza, non ottennero, nonostante ciò, alcun progresso nella causa per la pace. Frustrati e pieni di rabbia per il loro insuccesso misero il problema nelle mani di Kino; cui amici erano stati assassinati dalla loro giustizia. In pochi giorni, ma non senza un gran numero di incertezze, tornò la pace. Ad un unico sacerdote era riuscito di risolvere in pochi giorni ciò che aveva sconcertato per molti mesi gli agenti della Corona.

Uno potrebbe pensare che dopo essere tornata la calma e la pace nella Pimería, Padre Kino si sarebbe preso un pò di riposo. Invece no. A novembre, solo tre mesi dopo il ritorno alla pace, Kino già montava sulla sella di un cavallo. Questa volta la sua destinazione era Città del Messico. Percorse 2.000 chilometri in sette settimane. La sua visita non aveva come oggetto il riallacciare le vecchie amicizie; si trattava di un affare urgente: fare pressione perchè si tornasse ad aprire le missioni della California e spiegare ciò che realmente avveniva alla frontiera.

Una buona parte dell'accaduto, il Padre lo spiego in un libro scritto da lui sui martirio di Saeta. La sua morte tragica ed intempestiva diede l'impulso a Padre Kino per chiarire la situazione della Pimería e per far conoscere i suoi metodi missionari. Kino sapeva di lottare per la sua propria vita di missione; le voci avevano fatto presa tanto sull'uomo quanta sulla sua opera. Cosicché adoperò tutto il suo talento nello scrivere e nel disegnare mappe.

Veramente lui non aveva bisogno di dimostrare la sua abilità letteraria, giacché l'impegno di Kino si era guadagnato il riconscimento del generale dei gesuiti, Tirso Gonzàlez, che risiedeva a ma. Comparando a Kino con San Francesco Xavier, il poderoso capo dell'Ordine fece capire chiaramente ai superiori della Nuova Spagna, che non si doveva frenare Kino nei suoi sforzi straordinari per evangelizzare la Pimería.

Padre Kino dimostrò di non aver perso alcuna abilità nel prendere la difesa per una causa tanto buona. Il Padre Provinciale acconsentì ad inviare alla Pimería nuovi operai più, perchè l'espansione potesse continuare con lo stesso ritmo e la stessa rapidità. Dopo un mese esatto di permanenza a Città del Messico, Padre Kino tornò alla sua cavalcatura per effettuare il viaggio di ritorno. Dalle sue memorie sappiamo che, nonostante tutte le disgrazie apparenti ed i contrattempi che la Provvidenza gli procurava, Kino ne usciva sempre favorito. La stessa scorta militare con la quale aveva viaggiato attraverso il territorio devastato dei jocomes, era stata annichilita nella sua totalità nel cadere in una imboscata; ad eccezione di Padre Kino il quale aveva fatto un piccolo giro per andare a visitare due suoi antichi compagni gesuiti.

Tutta la Pimería risuscitò al ritorno di Padre Eusebio. I capi di tribù lontane percorsero centinaia di leghe per riunirsi con lui a Dolores. Gli indios che vivevano a Cosari ed i loro visitanti si unirono per fare i raccolti nelle fertili valli. Molti di quelli che erano stati istruiti con anteriorità, furono battezzati. In un certo senso era una piccola dimostrazione di quello che aveva significato il primo soggiorno di Kino nella Pimería. Adesso c'era unità, amicizia, lavora ed abbondanza. Nel nuovo villaggi della missione, tutto questo si muoveva attorno ad una vita sacramentale in comune.

Tuttavia, gli anni che seguirono immediatamente dopo al sollevamento dei pimas del 1695, furono turbolenti per Padre Kino. Bisognava ricostruire le missioni, riacquistare la fiducia dei nativi ed abolire le fazioni. Le misure prese dal pastore di Dolores non erano ben viste dagli altri missionari della regione. Presto scoppiarono i diverbi con accuse, i volti arrossirono dello spavento e dalla vergogna. Kino non era certamente un soggetto docile, con mancanza di idee ed iniziativa come sarebbe dovuto essere d'accordo alle menti idealiste e senza pratica di alcuni dei suoi compagni. "La sua fama era troppo grande", specialmente fra gli indios. E questo, pensavano, non doveva essere così se lui era veramente un umile religioso. Nonostante ciò niente riusciva a turbare particolarmente Padre Kino. Trattò con sere ruta ai suoi detrattori, mentre attuava con fermezza a favore degli indios che dipendevano da lui. La Pimería nonostante tutto seguiva sviluppandosi come prima.

Mentre i critici di Kino discutevano e si incollerivano, lui conduceva instancabilmente mandrie di bestiame bovino ed ovino nelle valli di San Pedro e Santa Cruz, con la finalità di installare una nuova serie di missioni. Ognuno dei quat tra ingressi che fece separatamente sommavano all'incirca 300 chilometri. Nessuno poteva mettere in dubbio che Kino pretendeva seriamente di far avanzare la frontiera delle missioni verso nord. Ed ai cinquantadue anni di età, il suo vigore instancabile irritava a qualcuno dei suoi colleghi, specialmente ai più giovani.

Nel maggio del 1697, il Padre, cavaliere instancabile, finiva appena di smontare dalla cavalcatura, che arrivò a Dolores una comunicazione inviata dal Padre Palacios, Provinciale di Città del Messico: Kino era stato nuovamente destinato alla California con l' esclusiva di tutto l'aiuto reale. I nuovi missionari contavano inoltre con l'autorizzazione poco frequente di poter controllare la unità militari inviate a proteggere le missioni. Era un sogno che diventava realtà.

Ma il sogno di un uomo è sempre l'incubo di un altro. Che sarebbe la Pimería senza Padre Eusebio? La notizia del cambio fu una soddisfazione per Padre Francesco Mora, il superiore immediato di Kino in Arizpe. Ma per Padre Horacio Polici, Visitatore in Oposura, era qualcosa di impensabile; una vera catastrofe per il Generale Gironza di San Juan e Governatore del Parral. Dal nord arrivarono a Città del Messico molte lettere indignate, in una vera tormenta di proteste. Povero Provinciale! Un mese prima Kino veniva condannato per i contrasti e adesso veniva divinizzato dai magistra­ ti civili.

E Kino che pensava di tutto ciò? Sapeva di essere sottomesso al tormento di una specie di travaglio di obbedienza, con i piedi nella Pimería ed il pensiero nella California. Mentre si portava a termine l'accalorato tira e molla del suo destino, Kino scrisse con serenità al Padre Generale Tirso Gonzàlez chiedendogli di trascorrere sei mesi in ogni luogo. Preferiva dividere il suo tempo piuttosto che il suo corpo. Ma c'era una cosa che lo stesso Padre Kino doveva ammettere: gli stessi coloni erano arrivati ed apprezzare la incalcolabile influenza di questo padre pioniere. Pima li poteva disturbare, ma adesso la sua presenza era necessaria.

Padre Mora, il vecchio brontolone della valle di Sonora, si divertiva dicendo che Kino aveva tramato personalmente tutta questa rivolta di proteste massiva. La stessa attitudine di Mora causò sempre una difesa irrefutabile contro la opposizione a Padre Kino.

Mentre i cavalieri messaggeri muovevano le ruote del destino, Kino obbediva agli ordini ricevuti e abbandonava Dolores, la missione che aveva fondato da dieci anni. Discese cavalcando il fiume San Miguel e attraversò la secca pianura fino al fiume Yaqui. Lì si sarebbe incontrato con Padre Salvatierra per cominciare tutto da capo. Il deserto può essere un luogo solitario, soprattutto quando si abbandona precisamente la terra alla quale si è dedicate tanti anni della propria vita. Padre Kino tuttavia non era triste; infatti non si guardava indietro. Forse l'avrebbe dovuto fare, perchè un messaggero galoppava alla sua ricerca, avvolto da un turbine di polvere. Finalmente lo raggiunse e gli recapitò nuovi ordini speciali da Città del Messico. Secondo gli ordini dello stesso viceré, Kino doveva tornare alla Pimería perché il governo ed il popolo avevano bisogno di lui.

Nella vita di Padre Eusebio Francesco Kino questa fu il momento di pienezza finale. Non ci sarebbero più stati contrattempi giacché il piano della sua opera era deciso. Il suo destino era stare in equilibrio fra due mondi. I nuovi ordini ricevuti lo destinarono alla Pimería, ma solo nell'ipotesi che Sonora e Arizona fossero base di operazioni. Le sue missioni dovevano convertirsi in un impero agricolo che potesse soccorrere le California negli anni del bisogno. Ora le sue esplorazioni dovevano indirizzarsi nella ricerca di nuovi porti nel Golfo. La sua vita sarebbe trascorsa più a cavallo che un santuario.

Le montagne si innalzano maggiormente dove le valli corrono più profonde. La perdita di Kino per la Pimería significava aver distruttole speranza degli indios, ma l'annuncio del suo ritorno, le aveva elevate nuovamente. Guerrieri e capi, donne e bambini si diressero verso il buon Padre di Dolores. Adesso si sentivano più incoraggiati nel presentare le loro petizioni, giacché il leale difensore della loro causa era ritornato. Kino se ne ne rese conto e concentrò tuttele sue energie in un pellegrinaggio gigantesco a Baseraca, fino ai piedi del Padre Visitatore Horacio Polici.

Alcuni indios percorsero più di 300 chilometri per unirsi al suo ricevimente. Perché non trasformare le loro speranze in un pellegrinaggio di supplica? La colonna di uomini trionfante e fiduciosa marciò attraverso Arizpe, dove Padre Mora poté essere testimone della crescente popolarità di Kino,che tanti problemi aveva creato. Attraverso gole e passi di montagne agresti, i pellegrini arrivarono, attraversando Oposura e Guasavas, fino al Padre Horacio Polici. La pacifica marcia ottenne ciò che desiderava: promisero loro più missionari ed anche soldati per integrare una nuova guarnigione in Quiburi.

La spedizione che uscì da Dolores il 2 novembre del 1697, apriva una nuova era per la Pimería. Molte altre spedizioni erano passate per le colline di Dolores; ma un nuovo obiettivo si andava tessendo nell'ordito della vita pima: il sostentamento della California via terra e via mare. Padre Kino, Manje e dieci indios condussero una colonna di bestie da soma carica di provviste verso il nord-ovest, oltre Remedios, Cocóspera e Suamca. Attraversarono le montagne di Huachuca e finalmente accamparono in Santa Cruz de Guaybanipitea. Dentro a loro arrivarono il capitano Cristóbal Bernal e ventidue Dragoni provenienti da Fronteras. I due gruppi si unirono per continuare fino a Quiburi, dove salutarono al capo Coro dei sobaípuris, il quale stava celebrando in quel momento una vittoria sugli ostili vicini, i jocomes e janos. Vedendole chiome delle vittime e ascoltandole narrazioni del combattimento, gli spagnoli, che erano stati poco entusiasti sul valore dei sobaípuris, si unirono al festino selvaggio ed alla allegria. Fa sempre piacere sapere che i propri alleati sono forti ed efficaci.

Gli uomini al servizio della Croce e della Corona, accompagnati questa volta da Coro e trenta prodi, continuarono da Quiburi attraverso la valle di San Pedro. La rotta della comitiva attraversava sia territori amici che nemici, giacché il versante occidentale del fiume era terra di apaches. Il peso della sconfitta tuttavia era apparentemente ancora troppo forte, poiché nel cammino incontrarono solamente amici. La spedizione arrivò al punta dove si congiungono i fiumi San Pedro ed il Gila e si diresse verso ovest per cercare le grandi rovine che si trovavano sperdute nell'immensità del deserto. Il fascino ed il mistero che esisteva intorno alla scomparsa delle antiche tribù che costruirono le grandi case ed acquedotti sulle rive del Gila eccitavano l'immaginazione degli avventurieri spagnoli. Era sorprendente trovarsi davanti una tale solitudine in un luogo dove prima esisteva una vasta popolazione umana.

Padre Kino avanzò fino a San Andrés, il vecchio Tudacson, vicino all'attuale Sacatón. Gli indios, impastricciati con un pigmento rosso, svegliarono la curiosità di Manje, perché un giovane guerriero descrisse la pitturà in maniera da far pensare al mercurio. Che notizia sarebbe stata per l'industria dell'argento al nord, quella della scoperta di una miniera di mercurio!

Incoraggiati dalle nuove scoperte, gli spedizionari ritornarono di malavoglia al fiume Santa Cruz e da lì a casa. Erano tutti entusiasti del buon esito di questa ingresso: Kino vedeva una pace nuova, sorta dalla forza dei sobaípuris; Manje sentiva che si facevano passi avanti nella conversione al cattolicesimo delle nazioni settentrionali; gli indios erano emozionati dal cordiale interesse che dimostravano loro gli stupendi bianchi venuti dal sud.

Il piano di Padre Kino ebbe risultato. Gli apaches furono trattenuti dal solido muro di difesa della Pimería. Adesso sia i missionari che i militari potevano disinteressarsi della frontiera dell'Est. La terra sconosciuta dell'Ovest si estendeva davanti ai loro occhi con tutta la sua sconcertante estensione e strane leggende. I cacciatori che si avventuravano nell'entroterra, parlavano di popoli distanti, di fiumi giganteschi ed inoltre di uomini bianchi armati che cavalcavano animali provvisti di aste. Improvvisamente la missione di Padre Eusebio a Dolores non veniva più considerata il cuore della Pimería, giacché adesso le frontiere della missione si estendevano ad ovest. Pimas, pápagos, sobas, cocomacoripas, opas e yumas: tutte le tribù del deserto dell'Ovest sarebbero cresciute, abituate ai nuvoloni di polvere lasciati dalla colonne di bestie da soma di Padre Kino. Era un uomo pacifico, instancabile, che spingeva una frontiera già oltre 1650 chilometri verso l'ignoto.

Si dovette aspettare l'autunno del 1698 prima che venisse organizzata un'altra testimonianza del tragico saccheggio degli apaches a Cocóspera, della rapida e barbara rappresaglia organizzata da Coro e del ritorno all'idea della costruzione di una imbarcazione a Caborca. A settembre, Padre Kino, ancora debole e spossato da diverse malattie, ingaggiò un nuovo capitano Diego Carrasco, e sette indios fedeli, per una ricognizione del "grande fiume", ossia il Gila Kino aveva intenzione di scalare la Sierra Estrella, ma la febbre lo atterrò e per alcuni giorni languì in San Andrés. Aveva intenzione inoltre di ispezionare la costa del Golfo dal luogo dell'Estrejita, ma i nativi gli spiegarono che il Gila correva intorno a quelle montagne e sfociava nel Golfo, lontano, verso sud-ovest.

Ricuperatosi parzialmente, ma confuso dalla nuove notizie sui corso del fiume Gila, Padre Kino, in compagnia di Carrasco, fece virare la rotta della spedizione verso sud tagliando attraverso la Papaguería. Ascoltando i racconti degli indios, ebbero la notizia che il cammino al Golfo era traditore, ma essi erano decisi a portare a termine il loro ingresso. Gli indios di Sonoita condussero gli esploratori al Picco Pinacate. Kino scalò le sue colline vulcaniche per esplorare dall'alto la costa del Golfo che si disegnava in lontananza, ad ovest dell'attuale baia Adair. Si era sbagliato sui limite settentrionali delle acque del Golfo ed il Gila sfociava in un fiume maggiore in qualche luogo a nord-ovest. Da Pinacate, o Santa Clara, come allora veniva denominato, ritornarono per il cammino più breve, attraverso Caborca dove li aspettavano provviste e cavalcature di ricambio.

Il ritmo del viaggio era quello caratteristico di Kino. Aveva percorso più di 1500 chilometri in poco più di tre settimane. Durante l'esplorazione di quella terra arida, ebbe il tempo di battezzare a quasi quattrocento bambini, di istruire ad altri alla fede e di mettersi in contatto con centinaia di pápagos indigenti.

Dopo un periodo di riposo di tre mesi a Dolores, Padre Eusebio reclutò a Padre Adàn Gilg ed al capitano Manje per un nuovo ingresso alla Papaguería. In questa spedizione nulla doveya scarseggiare: riunì novanta animali da carico, ottanta cavalli, trentasei capi di bestiame bovino, otto colli di provviste ed una grande oste di bovari indios. Sonoita era certamente un punta chiave per dirigersi a qualsiasi parte ad ovest e questa significava che bisognava costruire Iì un nuovo accampamento di missione, che servisse da base perle esplorazioni a nord-ovest. La ingente colonna ricevette in San Ignacio, dal buon Padre Agustín de Campos, ancora  più provviste, e si dislocò intorno alle colline verso la valle del Altar. Accorciarono un poco verso ovest nei fianchi meridionali delle montagne di Baboquívari e accamparono vicino al fantastico picco che domina l'estensione del deserto ed i suoi panorami. Dopo nove giorni, il 16 febbraio 1699, arrivarono a Sonoita e si prepararono alla traversata del "Cammino del Diavolo".

Il "Cammino del Diavolo" è uno di quegli antichi sentieri che incluso l'uomo moderno non è riuscito a varcare. Il suo percorso si estende lungo un cammino secco, aspro e scarpata che ogni tanto passa in alcuni punti dove si può trovare un pò di acqua. La irruzione nel deserto non riuscì a passare, come si sperava, per il primo punta dove si trovava l'acqua; era come se lo stesso demonio stesse dando il benvenuto agli esplorarori. Cavalcarono tutta la notte e finalmente arrivarono ad un pozzo granitico che brillava alla luce della luna. Kino e Manje gli misero il nome di "pozzo della luna" in ricordo alla sua scoperta realizzata a mezzanotte. Circondati da colline desolate ed aridi altipiani, avanzavano con rapidità, da abbeveratoio in abbeveratoio: da "alte giare" a "sorgenti goccianti". Dopo quatto giorni di duro cammino coprirono più di 200 chilometri e arrivarono finalmente al "Rio Grande"o Gila.

Il mattino dopo il loro arrivo al Gila, un centinaio di yumas avanzarono risalendo il fiume per offrire agli appena arrivati alcuni regali ed alcune parole di benvenuto. Manje era ansioso di discendere il fiume, ma Kino sentì che era meglio posporre una penetrazione più profonda. Per il protocollo degli indios c'era qualcosa di sorprendente nella sensibilità di Kino. Ma Manje poté soddisfare la sua curiosità salendo su un picco della regione montagnosa del Gila, dal quale scorse la unione dei due grandi fiumi, il Gila ed il Colorado. Non si poteva ritornare a chiamare erroneamente il Gila, "Rio Grande", poiché vicino al poderoso Colorado, il Gila sembrava un ruscello. Seguendo il parere di Padre Gilg, il Gila venne denominate "Fiume degli Apostoli" e quando il trio abbandono l'accampamento contadino di San Pedro, i popoli indigeni siti lungo il fiume vennero battezzati con una litania di nomi degli altri apostoli. Arrivati alla grande curva del Gila, attraversarono il deserto e si aprirono il cammino attraverso la Sierra Estrella che li condusse vicino al conosciuto villaggio di San Andrés de Coata. Come deve essere state meraviglioso per i pimas, vedere Padre Kino con più di cinquant'anni di età, apparire improvvisamente ogni determinato numero di mesi da differenti direzioni!

Nuovamente e attraverso tutta la provincia, giunse a Dolores la voce che Padre Kino ritornava da terre di ricchezze leggendarie. Tutta l'estate trascorse fra polemiche epistolari in riferimento al valore delle terre del vasto deserto appartenenti alla Spagna dai tempi della esplorazione di Kino. I cinici coloni non potevano vedere le potenzialità delle terre e dei popoli del nord-ovest della Pimería. Kino, dicevano face va sembrare gli insetti come degli elefanti e "descriveva tali grandezze della terra pima, che di fatto non esistevano".

Durante l'ultima settimana di ottobre del 1699, Padre Antonio Leal, il nuovo Visitatore, e Padre Francesco Gonzalvo accompagnarono Kino e Manje in una nuova "entrada", tracciato questa volta con l'oggetto di raggiungere la unione del Gila e del Colorado. Alcuni degli accompagnatori di Padre Leal si ammalarono a Bac e la scorta militare, sotto il comando di Cristóbal Bernal, si trattenne, in una azione congiunta al capo Coro, contro gli ostili ed inopportuni jocomes. Insieme all'impazienza dei già sperimentati avventurieri, Kino e Manje correvano di abitato in abitato, sperando chele condizioni migliorassero, ma non fu così. Nonostante Kino non avesse mai apertamente espresso i suoi sospetti sui pericolo che potevano correre lunge il fiume Colorado senza una scorta, non gli rimase altro rimedio che quello di cancellare la spedizione e di portare invece Padre Leal attraverso il centro della Papaguería. Il deserto, in onore del Padre Visitatore, sembrava rispuntare alla vita: centinaia di indios si sparpagliavano nei villaggi, lungo il cammino. Forse fu un contrattempo il non essere riusciti ad intraprendere la spedizione alla tribù degli yumas, però fu anche una buona ricompensa l'aver potuto constatare che Padre Kino non si sbagliava nella sua valutazione delle nazioni pima e pápago.

Mentre Padre Leal e Gonzalo avanzavano penosamente attraverso i sentieri del deserto, Padre Eusebio ed il capitano Juan Mateo Manje intrapresero una specie di "missione volante". Durante i cinque giorni che li separavano dalla carovana principale, la coppia cavalcò a 80 chilometri diari, attraverso il territorio che circondava il cammino principale le. Kino predicava e battezzava. Manje contava i sudditi che si incorporavano alla Corona. Apparentemente, la carovana principale avanzava più rapidamente di quello che essi avevano previsto, giacché per cinquanta leghe attraverso il deserto arido coperto di chollas <5> raggiunsero Leal e Gonzalvo a Búsanic; dormirono quatto ore e si svegliarono presto per uccidere alcuni capi di bestiame, distribuire regali e celebrare una cerimonia civile con la finalità di designare giustizia. Non c'è da meravigliarsi se Leal e Gonzalo si rallegravano di poter tornare a Dolores e riposare.

Ma Kino non aveva intenzione di riposare. Qualcosa lo preoccupava dai tempi della spedizione al basso Gila. I vigorosi e robusti yumas gli avevano offerto un regalo semplice e prezioso: delle conchiglie azzurre. In quel momento sorrise e ringraziò i nativi; ma necessariamente doveva concentrarsi nelle sue esplorazioni e pensare alla loro sopravvivenza. Fu nel cammino di ritorno, quando Padre Kino si trovava rimembrando sotto il sole invernale, che la brezza salata e la mareggiata strepitosa della Bassa California irruppero nella sua memoria. Aveva visto quelle conchiglie solo una volta quindici anni fa, durante la spedizione cartografica alla costa opposta dell'isola della California. Si potrebbe trattare di una connezione? Era possibile, ma non probabile.

Padre Kino diede il benvenuto al nuovo secolo a Dolores. La responsabilità del suo lavoro era pesante ele nuove missioni della California sotto l'attenzione di Salvatierra, abbisognavano di molto aiuto. L'ingresso al Colorado significava anche un aumento dei compiti. Dolores era lontano dai nuovi centri d'interesse del Gila e del Colorado. Un piano prudente sarebbe stato quello di costruire una missione più vicina a questi campi di lavoro; Padre Kino scelse l'accampamento fertile ed esteso di Bac per convertirlo in una base che servisse per i futuri ingressi al nord-ovest. Nel 1700 si tracciarono i piani per la costruzione di una grande chiesa, ma la scarsità di missionari impedì il trasferimento del quartier generale di Kino in questa luogo più appropriato.

In quei giorni non si versava nessun sangue nuovo nella Pimería. La vita era diventata un pò più di routine. Questo durò fino al mese di marzo. Un capo dei pimas del Gila visitò a Padre Eusebio a Remedios portandogli notizie dei popoli di quel fiume ed un regalo consistente in una croce pendente adornata con venti conchiglie azzurre, che gli veniva inviata dal Governatore dei cocomacoripas. La croce venne gradita con riconoscenza, ma le conchiglie inquietarono nuovamente il Padre. L'interrogativo senza risposta sulla loro origine, agitò la sua mente scientifica,

Il problema delle conchiglie azzurre continuò per alcune settimane in modo effervescente, ma arrivò un momento in cui si esigeva una risposta. Alla fine di aprile uscì con dieci amici verso le popolazioni del Gila. Nel cammino lungo il fiume Santa Cruz, gli arrivarono notizie di possibili disturbi nel paese dei sobas. Non aveva dimenticato la tragica lezione del 1695, e perciò interruppe l'avanzata e rimase a San Xavier del Bac. Non sarebbe stato prudente da parte sua abbandonare la Pimería se si stava tramando qualche difficoltà, però contava ancora con la possibilità di studiare il problema delle conchiglie azzurre convocando una conferenza. lnviò quindi messaggeri a nord, ad ovest ed anche ad est per invitare i grandi capi alla "Conferenza sulle conchiglie azzurre", che avrebbe avuto luogo a Bac. Pochi giorni dopo, il messaggio del padre ricevette risposta: capi e messaggeri arrivarono con la risposta desiderata. Le conchiglie azzurre degli yumas non potevano provenire dal Golfo perchè la conchiglia dal rivestimento azzurro non si trovava in quelle acque dense. Erano circolate di mano in mano dal lontano Pacifico attraverso il baratto. Ovviamente la California non era un'isola; ma Kino aveva bisogno di dimostrarlo attraversandola a piedi.

Ai principi di maggio fu mandata a tutta la provincia una raffica di lettere che esprimevano l'opinione di Kino sui "camino reale": alla California. Manifestazioni di incoraggiamento arrivarono da tutti i punti cardinali. Il 24 settembre 1700 Padre Kino e dieci indios partirono da Dolores alla volta del Colorado. Presero la direzione nord-ovest attraverso un cammino più diretto fino al gomito del fiume Gila, allacciando durante il tragitto nuove amicizie. In 12 giorni arrivarono al villaggio di San Pedro, dove Kino era stato l'anno prima insieme a Gilg e Manje.

E'strano che Kino continuasse da solo verso il Colorado. Forse i suoi compagni di viaggio erano stati troppo occupati o stanchi delle spedizioni estenuanti. O forse non condividevano la visione di Kino sull'importanza di una via terrestre alla California. Ma si potrebbe anche supporre che Kino non desiderava esporre la vita degli altri di fronte all'ignoto.

Conosceva i pimas, aveva fiducia nei cocomacoripas, ma gli yumas risvegliavano in Kino una preoccupazione poco frequente. Sarà fa loro somiglianza con i californiani che faceva risorgere timori anteriori?

Solo e a quasi 450 chilometri da qualsiasi aiuto, scalò un picco all'altra estremità della estensione del Gila ed esaminò con un telescopio a lunga distanza il delta del fiume Colorado. Si trovava ai margini di una estesa valle che poteva divorarlo senza lasciare traccia. Le guide pima non erano contente della loro situazione, ma dall'altra parte bisognava già iniziare la riunione del bestiame, se veramente si voleva che egli arrivasse in California. La esplorazione a lunga distanza era stata realizzata ele colonne di bestie ritornarono risalendo il fiume Gila. Ma al cadere delle ultime ombre del pomeriggio, gli yumas raggiunsero Padre Kino.

Se non ritardava il suo ritorno per far loro visita, era quasi sicuro che avrebbe offeso i sensibili ma poderosi popoli yuma. Era un dilemma che da un lato proponeva la questione del tempo e dall'altro quello del timore. Dimenticando le preoccupazioni e lasciandosi guidare dal suo solito ottimismo, Padre Eusebio sorrise davanti all'insistenza e alle lacrime degli indios ed acconsentì ad andare al loro villaggio nel Colorado. Si svegliò prima dell'alba, celebrò la messa e cavalcò discendendo il flume incontrando numerosi indios che avevano viaggiato tutta la notte per incontrarlo sui suo cammino. Più rallentava il passo del suo cavallo e maggiormente cresceva la folla di quelli che venivano a porgergli il benvenuto. A mezzogiorno fece il suo ingresso all'enorme villaggio yuma nel quale più di mille indios uscirono a salutarlo pacificamente. Il giorno dopo arrivarono altri cinquecento indios e correva la voce che centinaia di loro si trovavano in cammino dal nord e dal sud lungo il Colorado. Gli yumas erano di statura gigantesca ed uno di loro era uno degli indios più alti che Kino avesse mai visto in tutta la sua vita. Doveva essere un pò inquietante il fatto di trovarsi prigioniero volontario e compiacente di simili giganti.

Ma la buona volontà dello stesso Padre Kino e la conoscenza che aveva delle abitudini degli indios gli fecero guadagnare l'amicizia di tutta una nuova nazione. I suoi obblighi lo richiamavano a Dolores e così dovette ripartire, ma non senza promettere un pronto ritorno. Nel cammino di ritorno scalò un'altro picco e vide risplendere in quel tramonto di ottobre, l'origine del Golfo. Lo stesso demonio doveva essere molto arrabbiato nel vedere che Kino tramutava il sentiero della morte in un cammino di conquista. Nel frattempo Padre Juan María Salvatierra non aveva perso tempo. La sua nuovo missione di Loreto, nella Bassa California, aveva bisogno con urgenza di più provviste dal Continente. Con questa motivazione l'industrioso missionario attraversò il Golfo ed esplorò la baia di Guaymas alla ricerca di una ubicazione per una nuova missione e per un porto di mare. Salvatierra aveva ricevuto i rapporti di Kino sulle conchiglie sul suo viaggio al Colorado. Imbarcava bestiame alla California a $300.00 per capo. Il peggiore deserto del mondo avrebbe permesso una via terrestre più economica. A fine febbraio Salvatierra e Manje bussavano alla porta di casa di adobe di Kino a Dolores. Erano passati cinque anni da quando erano stati a Città del Messico e dieci da quando avevano percorso la Pimería discutendo sul futuro delle missioni.

Si stava preparando un'altra spedizione ad ovest. Ma Padre Kino doveva aspettare prima la fortificazione delle missioni sulla montagna, posta che gli apaches iniziassero una nuova e audace campagna di attacchi lungo tutta la catena della Sierra Azul. Conoscendo con fluidità, dal tempo delle sue missioni in Chinipas, l'idioma pima, Salvatierra avanzò, attraverso la valle del fiume Magdalena, predicando nel suo cammino. Una settimana dopo, Kino si unì a lui a Caborca ed insieme si incamminarono verso Sonoita, dove erano state antecedentemente inviatele provviste. Questa volta gli esploratori decisero di evitare il Cammino del Diavolo e di trovare un cammino diretto allo sbocco del Colorado. Quella che poteva essere una delle spedizioni più significative nella carriera di Kino e Salvatierra venne persa a causa di una stupida guida india. Quell'estate le guide pretendevano una paga esorbitante ed alcuni si negavano ad indicare, nel tragitto a Caborca, i luoghi dove c'era l'acqua. Salvatierra voleva andare da Sonoita in linea retta ad ovest, cammino che l'avrebbe condotto a nord della Sierra di Pinacate ad un insuperabile deserto di dune. Kino ascoltava le guide indios che preferivano un passaggio al sud di Pinacate. Manje arguiva e optava per l'unico tragitto ragionevole: il Cammino del Diavolo.

L'opinione di Kino prevalse e ritornarono verso il sud di Pinacate, all'interno dello spaventoso altipiano vulcanico che era stato vomitato dalle montagne in eruzione. Tutto quello che Salvatierra poteva pensare era che così sarebbe apparso il mondo nel giudizio universale, dopo la sua distruzione attaverso il fuoco. Tutto quello che essi incontrarono -salvo alcuni indios invalidi e qualche vecchio centenario asciutto- erano ceneri, rocce ed animali.· L'acqua divenne un problema critico, specie per gli animali. Le guide raccomandarono un tragitto lungo la costa del Golfo, e così si trovarono ad attraversare penosamente le rocce calcinate e la sabbia. Per tre giorni cercarono un cammino: era esasperante. L'acqua di Tres Ojitos, al nord del attuale Puerto Peñasco, risultò insufficiente ed il resto della colonna che essi avevano lasciato ai piedi della Sierra del Pinacate dovette ritornare per approvvigionarsi d'acqua. Ritornarono di malavoglia.

Fecero provvista a Sonoita e uscirono di nuovo verso nord, ma le guide pimas si negarono ad entrare nel territorio yuma. La situazione non era affatto buona. Ma il trio organizzò la scalata di un picco alto e scarpato a nord di Pinacate e dalla sua cima contemplarono un tramonto che brillava sulle non lontane montagne della California. Salvatierra era soddisfatto, ma Kino e Manje erano scontenti. Disobbedendo alle norme che loro stessi si erano imposti di conquistare la terra sconosciuta in base a porzioni conosciute, persero la meravigliosa opportunità durante la loro vita di unire inseparabilmente ambedue le Californie alla Pimería.

Attraverso tutta la Pimería si diffuse la notizia delle nuove conferme delle scoperte di Kino. L'infaticabile trio pianificò un'altra spedizione per ottobre. Salvatierra dovette scusarsi, ma la missione di Loreto in California abbisognava di cavalli per esplorare la costa ovest del Golfo. Manje, da parte sua, venne beneficiato da un rimpasto politico quando il generale Gironza si ritirò alla fine dell'state; così Kino rimase da solo con le redini in mano.

Padre Eusebio invitò ad uno spagnolo perché lo accompagnasse nel suo prossimo viaggio al Colorado. Abbandonò Dolores il 3 novembre 1701 ed ingegnoso come sempre, scoperse un nuovo cammino attraverso la Papaguería fino a San Pedro nel Gila. Centinaia di yumas e pimas si affollarono intorno al missionario dalla "tonaca nera" come l'avevano fatto l'anno prima. Kino si sentiva a suo agio, ma quando la carovana avanzò verso sud lungo il Colorado, il suo compagno di viaggio venne preso dal panico. Trascorse un quarto d'ora prima che Padre Kino si rendesse canto che il povero spagnolo era scappato temendo per la sua vita. Due bovari pima andarono alla sua ricerca sui cavalli più rapidi che c'erano a disposizione, ma non poterono raggiungere il pover'uomo terrorizzato. Avrebbe inventato senza dubbio qualche racconto speciale per giustificare la sua codardia. Non sarebbe la prima volta che corresse la voce nella Pimería, che Kino era stato mangiato vivo da terribili selvaggi.

Padre Kino era commosso nel vedere come gli yumas ed i quiquimas restavano affascinati dalla celebrazione della Messa. Si divertiva anche sulle loro reazioni di fronte ai cavalli ed alle mule che non avevano mai visto. Quando disse ai quiquimas che i cavalli potevano correre più veloci degli indios, essi si burlavano increduli. Allora i bovari di Dolores preparano una corsa e gli indios quiquimas, dai piedi alati, si precipitarono davanti ai lenti cavalli; gli speroni allora batterono i loro fianchi ed i corsieri galopparono veloci guadagnando vantaggio agli aborigeni stupiti, in mezzo ad una vittoriosa nuvola di polvere.

I cavalli potevano essere eccellenti per la loro rapidità, ma bisognava pulire il terreno dagli sterpi che impedivano il passaggio attraversole terre del fiume. Era ovvio che non potevano nuotare nelle rapide del Colorado. Ma i quiquimas seguirono ad insistere perché Padre Kino visitasse le loro terre ubicate sull'altro lato del fiume. Niente poteva fargli più piacere, glacché Kino sperava di arrivare alle coste del mare del sud, distanti ancora dieci giorni dall'ovest.

Si legarono tronchi secchi per costruire una zattera ed i cavalli furono condotti alla debole imbarcazione: tuttavia i cavalli affondavano nella melma a causa del loro peso e trattavano di tenersi in equilibrio sulla superficie dondolante dei tronchi. Lo stesso Padre Kino faceva fatica a non bagnarsi gli stivali, non perché gli desse fastidio, ma perché conosceva l'importanza di avere una buona calzatura per l'esplorazione del deserto. Gli indios collocarono una grande cesta impermeabile sulla zattera e Kino, collocandosi attentamente all'interno di essa, si preparò alla storica traversata del fiume Colorado.

La sua permanenza nella terra dei quiquimas fu breve, ma accogliente, Doveva tornare a Dolores perché lo spagnolo disertore poteva causare danni irreparabili agli indios dell'Ovest, se il distaccamento del distretto di San Juan o di Fronteras usciva alla ricerca delle "smarrito" Padre Kino. Perlomeno, Kino adesso era completamente sicuro che il Golfo finiva a sud della confluenza fra il Gila ed il Colorado e che una via terrestre a Loreto era possibile. Di ritorno sulla pianura orientale del fiume, Padre Kino tornava carico di duecento collidi provviste, così come di regali dei quiquimas. Regali che lui accettò riconoscente, che però dovette offrire agli yumas bisognosi, i cui raccolti quell'anno erano stati cattivi.

Le notizie sulla traversata del Colorado fecero poca impressione nella Pimería, abituata com'era ai rapidi avanzamenti del già invecchiato, ma dinamico Padre a cavallo. Tutto il mondo si rendeva conto dell'immensa importanza di una via terrestre. C'é da supporre però, che gli attacchi degli indios lungo tutto il perimetro nord stavano indebolendo il potere spagnolo. Nessuno sarebbe rimasto libero di partecipare alla seguente "entrada" del 1702; meno che Padre Manuel Gonzàlez, il vecchio e fedele amico gesuita di Kino, il primo che lo aveva introdotto nella Pimería.

La carovana che si preparò a Dolores all'inizio di febbraio era degna dei due missionari. Centrotrenta fra cavalli e muli, carichi di provviste, costituivano il nucleo della spedizione. Kino lo avrebbe aumentato a Siboda con un migliaio di capi di bestiame. I coloni spagnoli dovevano essere attoniti nel vedere che Padre Kino con un altro compagno sacerdote ed alcuni bovari poteva condurre tranquillamente, da Dolores, una quantità così grande di bestiame attraverso il deserto, mentre essi non potevano custodire con sicurezza nemmeno una capra per un mese.

Padre Gonzàlez era il compagno di viaggio ideale. Veniva accolto tanto calorosamente quanta Padre Kino e mostrava lo stesso entusiasmo per la estensione delle missioni che si potevano fondare nel Colorado. Partendo da San Dionisio la coppia diresse la colonna di bestie verso sud e studiò la forma di attraversare il fiume immenso. Le difficoltà erano le stesse: i cavalli sprofondavano nel fango ele zattere risultavano inutili. E per complicare le cose Padre Gonzàlez si ammalò gravemente. La sofferenza ed il dolore furono sempre fedeli compagni di tutti i missionari; cosicché ciò che sperimentava Padre Gonzàlez lungo il tragitto non fu per lui niente fuori dal comune. Male lunghe ore passate sulla cavalcatura gli avevano aggravato una sua vecchia propensione alle emorroidi ed il duro viaggio insieme alla costante esposizione ai rigori dell'inverno, avevano peggiorato la situazione.

Padre Kino si rese conto adesso, che sarebbe stato impossibile attraversare il fiume e penetrare nella costa del Pacifico. Bisognava affrettarsi nel far tornare Padre Gonzàlez in cerca di aiuto. Si poteva indovinare l'urgenza che la situazione esigeva attraverso il fatto che Kino, partendo dal luogo dove si trovava nel Colorado, si diresse in linea retta verso est. Si indusse così ad attraversare le dune di sabbia del grande deserto, il Sahara di Sonora. I venti di uragano ululavano e picchiavano il gruppo con sabbia pungente. Animali ed uomini sprofondavano e venivano assorbiti dai turbini di sabbia in movimento, tramutando ogni passo in avanti in una lenta e frustrante agonia.

Avevano già percorso 65 chilometri e si trovavano quasi alla metà del cammino del Picco Pitaqui, quando dovettero rinunciare. Ritornando sui loro passi, si diressero verso i sentieri localizzati lunge il fiume, che offrivano una maggiore affidabilità. Padre Gonzàlez si trascinò dietro la sua dolorosa condizione durante tutto il "Cammino del Diavolo", denominato così penosamente. Arrivato a Sonoita riposò per tre giorni, ma il suo stato peggiorò. I fedeli indios pima lo distesero su una lettiga e lo condussero attraverso la desolata Papaguería.

Fu Padre Ignacio Iturmendi che andò incontro alla disperata e malconcia comitiva. Padre Gonzàlez si dibatteva fra la vita e la morte; niente poteva alleviare o fargli recuperare le sue forze. Ai pochi giorni morì.

Ed ecco un fatto veramente curiosa e significativo: quei tre Padri che si trovarono uniti in circostanze cosìl penose, morirono nel corso di dieci anni ed i tre vennero sepolti nella stessa cappella attendendo per secoli il ritrovamento delle loro tombe e gli onori della storia.

La morte di Padre Gonzàlez fu on duro colpo, ma la perdita non diminuì l'importanza della spedizione. La realtà di un passaggio terrestre alla California era più di un sogno. Un porto continentale sul Pacifico poteva finalmente far smettere l'angustia e l'ansietà che erano preda dei galeoni di Manila; questo poteva voler dire la supremazia navale su tutta la costa dell'emisfero; trattenendo così l'avanzata della Russia nel Nuovo Mondo. E per la decina di migliaia di indios che cacciavano e lottavano per la loro esistenza nelle boscaglie del nord-ovest significava soprattutto un cristianesimo anticipato.

Padre Kino tornò dal Colorado e si abituò alla routine opprimente della vita del villaggio. Coi suoi cinquantasei anni sarebbe già stata ora di frenare la marcia. Ma no; Kino non vedeva la vita in questa modo. Gli ultimi dieci anni della sua vita furorono contrassegnati da una attività sorprendente per un uomo della sua età ed anche per uno più giovane. Solamente dalle relazioni incomplete delle sue spedizioni risulta un totale di 12.800 chilometri percorsi a cavallo attraverso il deserto più ostile del continente. La media di marcia in una giornata superava i 50 chilometri, senza contare le scorrerie a destra e a sinistra per visitare gli ammalati, istruire e battezzare. Condusse con se bestiame bovino, pecore, capre, cavalli ed asini. In che modo alimentare ed abbevere nel deserto quegli animali, è un problema che solamente il genio di Kino poteva risolvere.

Padre Kino ormai non era più ai limiti della scoperta. Aveva attraversato il Colorado; cartografato gli accessi alla costa della California e l'origine del Golfo; aveva sfidato incluso il Grande Deserto. Mentre nel misterioso Ovest egli si occupava di investigare la voce di ciò che era realtà, le missioni confinarie seguivano a lottare per difendere il passaggio ed avanzare. Eserciti di falegnami, di muratori, di fattori e di esperti nell'irrigazione si dislocavano in tutti gli abitati attualizzando ed estendendo l'economia. Un sogno si stava convertendo in realtà. Padre Kino era arrivato in un deserto. Era venuto a vivere in mezzo ad un popolo abbandonato. Percorse i sentieri aridi. Sopportò la dura ed amara critica dei coloni. Perché non lo avrebbe dovuto fare? Sapeva che il paradosso del cristianesimo si trovava rinchiuso nel paradosso del deserto. La vita ha senso li, dove sembra non averlo. La gente è più amata, laddove precisamente non sembra esserci amore. La pace è maggiormente possibile laddove l'uomo riconosce la forza delle ostilità.

L'Alta Pimería aveva risposto alla visione del Padre Eusebio.

La sua dedicazione, i suoi sogni e la sua consegna non avevano contribuito tanto a cambiare la Pimería, quanto a risvegliarla alla vita. Ma Padre Kino, come tutti gli uomini, dovette arrivare alla fine del suo cammino.

Con allegria e gratitudine nel cuore. Padre Kino entrava a Santa Magdalena nel marzo del 1711. Era venuto per dedicare una nuova cappella a San Francesco Xavier, il santo della sua devozione e di tutta la Pimería. Cominciò la messa di dedicazione e a metà della stessa si sentì disperatamente male. Dopo la messa Padre Campos aiutò l'indomabile missionario ad arrivare alla modesta casa di cura, intorno alla quale si congregarono tutti gli amici indios per pregare per la sua salute.

La vita di Kino languì fino alla mezzanotte di quel 15 marzo ed in seguito abbandonò il corpo che giaceva sui pavimento di adobe. Kino morì come aveva vissuto: in pace ed in povertà e al margine di qualcosa di molto più grande.

Padre Campos scelse questa cappella come luogo di sepoltura. E attraverso i secoli, dal giorno della sua morte, l'abitato di Santa María Magdalena è stato centro di una crescente devozione a San Franceso Xavier. Per dozzine di decadi i fedeli di Sonora, Arizona ed incluso di Chihuahua hanno percorso centinaia di chilometri, molti di essi a piedi con lo scopo di partecipare alla festa di San Francesco. Molta gente non lo capisce. Ma gli etnologi ne danno una spiegazione molto semplice: gli indios hanno trasformato la devozione di Padre Kino a San Francesco Xavier, in un omaggio comune al santo patrone dell'Alta Pimería ed allo stesso Padre Pionero. E chissà se in realtà non hanno ragione? ..

 

Notas di Tradutttore

<1> "mezquite" - albero americano simile all'acacia.
<2> "pozole" - vivanda molto brodosa di carne e granturco tenero e peperone piccante tipica del Messico.
<3> "visita" - piccolo luogo di missione che veniva visitato periodicamente dai Padri Visitatori.
<4> "La Matanza" - strage, carneficina.
<5> "cholla" - tipica pianta del deserto.
<6> "adobe" - mattone crudo seccato al sole.


Eusebio Kino
Padre dell'Alta Pimería

Biografia di Eusebio Francisco Kino
Civilizzatore di Sonora, Esploratore di Arizona
Missionario nell'Alta Pimería
ed una
Guida alle sue Missioni e Monumenti
di
R.P. Charles W. Polzer, S.J.

Tradizione dall'originale in spagnolo:
R.P José J. Romero, S.J.

Traduzione di
Claudia R. Guerreri
Diana Spencer
Anna Maria Kelly

Pubblicazione del Gobierno del Estado de Sonora
Gennaio 1965

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